Palazzo De Capitani

Piazza della Pace 2, 20863 Concorezzo (MB)

Palazzo De Capitani

L’edificio, situato sui resti di un castello, risale alla fine del XVII secolo e si deve all’opera del conte Pirro De Capitani, feudatario di Concorezzo. La marchesa Laura, ultima discendente della famiglia De Capitani, lo vendette al Comune nel 1878. Negli anni ’60 del Novecento il palazzo, non più utilizzato, andò lentamente in rovina. Nel 1996, dopo parziali lavori di restauro, vi si trasferirono gli uffici comunali; il restauro terminò nel 2004. L’attuale edificio ha 3 piani: la facciata centrale presenta una serliana; ai lati ci sono 2 aperture più basse, chiuse da balaustre. Da qui si accede a un grande loggiato. Al terzo piano della facciata si apre una porta-finestra che dà su un balcone con parapetto in ferro battuto, da cui si gode una bella visione di via De Capitani.

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Palazzo De Capitani

L’antico castello
Pare che, tra via Libertà e via Valagussa, si trovasse anticamente un castello, probabilmente di costruzione anteriore al Mille, di cui oggi non rimane alcuna traccia.
Che il nucleo di Concorezzo fosse ubicato fin dall’epoca romana nell’area su cui poi sarebbe sorto nel XVII secolo il palazzo del feudatario non esistono dubbi, come afferma lo storico Floriano Pirola nel suo “Storia di Concorezzo” del 1978.
Agli inizi del X secolo, quando le scorrerie degli Ungari provenienti dall’est europeo si fecero frequenti, i privati ebbero la facoltà di fortificare le corti, trasformandole in castelli. Alle corti vennero pertanto aggiunti elementi di difesa, gli angoli furono protetti da torri, si scavarono fossati a circondare il perimetro. Forse anche il castello di Concorezzo apparteneva a questa categoria costruttiva, ma non era l’unico esempio. Infatti dal XIII al XV secolo sorsero nelle nostre campagne edifici a metà fra il castello e la villa, quali il caseggiato di via Libertà 150 (Curt dal Gipón), chiamato fino a pochi anni fa “il castello”; all’interno del portone d’ingresso si scorgono ancora segni di un probabile ponte levatoio.
Secondo Giovanni Dozio, Prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano e studioso di storie brianzole, autore nel 1853 del volume “Notizie di Vimercate e della sua Pieve”, dell’esistenza del castello concorezzese avrebbe parlato una pergamena del 1228 presente nell’archivio plebano di Vimercate prima dell’incendio del 7 dicembre 1884.
Sempre nell’Ottocento lo storico Cesare Cantù, confermando una leggenda popolare, purtroppo non comprovata da documenti, che voleva il figlio dell’Imperatore Federico II qui imprigionato dopo la sconfitta di Fossalta del maggio 1249, diceva di Concorezzo che “...nel medio evo tenea forte castello, in cui fu posto Enzo, re di Sardegna, prigioniero ; era circondato da mura e fossa, di cui veggonsi orme, come vedonsi case di molta antichità, sia gotiche, sia bramantesche ; e ruderi, cippi, capitelli, urne si scavano spesso...” (Grande illustrazione del Lombardo-Veneto - 1857).
Negli stessi anni lo scrittore monzese Amato Amati scriveva a proposito del castello di Concorezzo: “... era circondato da mura e fossa di cui veggonsi le vestigia ....” (Dizionario Corografico dell’Italia - 1867).
L’esistenza del castello nell’area dell’attuale palazzo municipale sarebbe confermata dal fatto che, quando vennero demoliti edifici confinanti con il vecchio Palazzo De Capitani, si notò che il muro laterale di quest’ultimo era costruito con tecniche antiche, usate nel medioevo per le fortezze. Tracce di costruzione a scaglie di pesce, tipica del Quattrocento, furono altresì riscontrate sulla parete nord, ora abbattuta, segno che nei secoli successivi il castello fu occupato da nuovi signori.
Una torretta, con base di pietra e cornici superiori in cotto, forse una torre laterale del vecchio castello, sorgeva fino a metà degli anni ’60 del Novecento in via Libertà, all’altezza dell’attuale incrocio con via Repubblica, ma fu abbattuta nel corso di una notte. L’architetto Perogalli che, con lo storico Bascapé, aveva avuto occasione di esaminare la torretta, ritenne che le grosse pietre squadrate, del diametro di 6-7 metri, che essa aveva per base, potessero attribuirsi al primo millennio.
La sua cantina, di forma cilindrica con il soffitto a volta, era usata come deposito della neve, quale ghiacciaia del paese. La neve veniva introdotta attraverso un’apertura rettangolare, di circa cm.70x100, ricavata alla base della torre e con il lato inferiore al livello della strada, per facilitare l’introduzione della neve. Una scala di circa 25 gradini, larga meno di un metro, scendeva lungo il cilindro del muro interno della cantina, fino alla sua base, che era in terra battuta.
Durante l’ultima guerra la cantina era utilizzata come rifugio antiaereo da parte degli abitanti della “curt dal Favini”.
Il muro, dello spessore di circa un metro, si restringeva verso l’alto, e a pian terreno vi era una finestra posta all’altezza di circa mt.1,80 dal pavimento e dotata di griglie di ferro, a scopo difensivo.
Il palazzo De Capitani
La costruzione del palazzo De Capitani, oggi sede del Municipio, risale alla fine del XVII secolo, e si deve probabilmente all’opera del conte Pirro, da poco investito del feudo; investitura di una certa importanza data anche la particolare fertilità della zona, che pare producesse grano e vino in abbondanza, tanto che, oltre a soddisfare il fabbisogno locale, nelle buone annate questi prodotti venivano anche venduti in quantità considerevole.
Concorezzo, che fin dal X secolo dipendeva dall’arcivescovo di Milano, venne assegnato in feudo nel 1690 da Carlo II, Re di Spagna e Duca di Milano, al questore Pirro De Capitani, il quale ottenne successivamente il titolo di conte. I De Capitani erano originari della val di Scalve, confinante con la valle Camonica in provincia di Brescia, ed erano fin dagli anni dopo il Mille importanti dignitari della zona di Bergamo. A seguito di una rivolta degli abitanti del comune di Scalve, che li cacciarono dalla valle, si trasferirono prima a Bergamo, e poi, nel XV secolo, a Milano, dove abitarono in via San Pietro all’Orto, nella zona di San Babila e di Porta Orientale, e nel secolo successivo acquisirono, attraverso matrimoni e transazioni varie, crescenti proprietà in Concorezzo, aspirando a diventarne feudatari, come poi infatti avvenne.
Il motto della famiglia era “Pulcra facie et pulcrior fide” (“Bella per l’aspetto e ancor più bella per la fede”).
Il conte Pirro fu senz’altro la figura di maggior prestigio della famiglia, e probabilmente fu proprio lui che diede inizio alla costruzione del palazzo De Capitani, posto al centro della città sulle fondamenta del vecchio castello; i resti di quel palazzo ospitano ora il nuovo Municipio.
Nato a Milano nel 1623, fu per tre volte Vicario di Provvisione del capoluogo lombardo (pochi anni dopo la storica vicenda narrata dal Manzoni nei Promessi Sposi), e occupò altre importanti cariche nell’Amministrazione milanese, quali quelle di Prefetto e di Giudice dei dazi. Nel 1665 la sua abitazione concorezzese, probabilmente l’edificio, ora crollato, dietro la Farmacia comunale 1, dava sulla piazza San Damiano, allora punto focale del paese, su cui si affacciava anche l’omonima antica chiesa parrocchiale
Nel 1666 troviamo Pirro De Capitani alla corte di Madrid. Nel 1690, al momento di divenire conte e feudatario di Concorezzo, con diritto per sé e per i suoi eredi maschi primogeniti, aveva quasi settant’anni.
Interessante è anche un suo testamento del 1689 a favore delle ragazze da marito, conservato su due lapidi affisse alla parete presso l’altare di San Giuseppe nella chiesa Parrocchiale, provenienti dall’antica parrocchiale di San Damiano.
Dopo di lui verranno altri 6 conti e “Grandi di Spagna” - come Pirro, terzo conte e omonimo del primo feudatario, che nel 1737 assurse per volere di Carlo VI al rango di “Grande di Spagna”, titolo che fu rinnovato in seguito al nipote Pirro Daniele nel 1788 da Giuseppe II - che godranno di notevoli privilegi economici su Concorezzo, fino all’avvento della regina austriaca Maria Teresa e poi dei francesi di Napoleone Bonaparte, che aboliranno i diritti feudali della nobiltà.
Tra i conti De Capitani va citato pure Pirro Alessandro, patriota del primo risorgimento italiano; condannato a morte dal governo austriaco, andò esule in Spagna, dove combatté agli ordini del Generale Guglielmo Pepe. Per causa sua alla famiglia vennero sequestrati tutti i beni anche in Concorezzo.
Il settimo e ultimo conte sarà Carlo Pietro, scomparso a Sant’Angelo Lodigiano nel 1841, con il quale si estinguerà la linea maschile della famiglia.
La storia recente
La marchesa Laura, nata nel 1809 da Giovanni Battista e Giovanna Serbelloni, ultima discendente diretta della famiglia De Capitani, sposata con Giuseppe d’Adda Salvaterra, fece un compromesso di vendita del palazzo di famiglia all’avvocato Lucini; tuttavia, rientrata in possesso della proprietà a causa del dissesto del Lucini, dividendo in vari appezzamenti terreni e fabbricati, ventilò l’idea di operare delle vendite all’Amministrazione Comunale, la quale non si lasciò sfuggire la splendida occasione. Nel 1878 le parti pervennero ad un accordo per l’acquisizione della casa padronale al prezzo di lire 17.000.
Qualche anno dopo il Comune vendeva al signor G.B. Varisco parte del giardino e la serra retrostante il palazzo per lire 750, ed a Brambilla Stefano il braccio rustico del palazzo comunale, e la parte di giardino che andava a raggiungere la sua proprietà per lire 5.000, diminuita a lire 3.950 dopo una discussione con il compratore e successiva stima dell’ingegnere d’ufficio.
Nel 1880 scuole, asilo e uffici amministrativi trovarono spazio sufficientemente ampio e confortevole all’interno del nuovo palazzo comunale. Ai primi del Novecento però l’aumento della popolazione scolastica, in un paese che aveva ormai superato i 4000 abitanti, richiese una sistemazione di aule più adatte, mentre i locali del palazzo comunale non rispondevano più allo scopo. Interpellato l’ingegner Monti per adattarne alcuni, questi espresse parere contrario perché un adattamento discreto avrebbe richiesto una forte spesa, e inoltre avrebbe costituito un serio pericolo per la stabilità del palazzo durante i lavori.
Venne quindi prospettata la possibilità di costruire un fabbricato ad un solo piano nel giardino retrostante, oppure quattro locali divisi da un corridoio, ma i progetti vennero scartati, perché in tal modo si sarebbe tolta luce al palazzo e si sarebbe edificato in una posizione infelice.
Questa valutazioni porteranno nel 1906 alla scelta di edificare il nuovo palazzo scolastico in via De Capitani, sull’area offerta dal signor Gasparetti.
Nel Novecento il palazzo comunale, pur conservando fino agli anni Trenta un’area del piano superiore per uso scolastico, venne adibito in parte a uffici comunali, in parte a servizi pubblici, e anche ad abitazioni private.
Nella parte sinistra, guardando la facciata, vi erano nell’ordine l’abitazione del bidello, gli uffici della posta, e più al centro, ai lati del grande atrio composto di tre parti, di cui quella centrale culmina con un grande arco poggiato sulle colonne delle due parti laterali minori (una struttura architettonica denominata serliana), vi era l’ambulatorio del medico condotto del paese, ruolo ricoperto dal 1919 fino alla fine degli anni Cinquanta dal dott. Emilio Zincone.
Nella parte destra vi erano uffici comunali, la sala Giunta, l’ufficio del Sindaco.
Al piano superiore, al quale si accedeva percorrendo un maestoso scalone a due rampe, trovavano posto, tra le altre, sul lato sinistro, la residenza del segretario Comunale e del portalettere, sul lato destro il comando dei vigili urbani.
Il 30 settembre 1923 nel cortile antistante il palazzo veniva inaugurato, con grande concorso di Autorità e di popolo, il monumento ai caduti, con basamento in marmo di Trezzo, opera del Prof.Bazzaro di Milano.
Con il trasloco di tutti gli uffici comunali nel 1966, e la successiva uscita degli inquilini, il palazzo, non più utilizzato, andò lentamente in rovina, e già verso la fine degli anni Settanta versava in condizioni di avanzato degrado, che si tradusse nel crollo dell’ala laterale sinistra e di una parte del corpo centrale.
Sempre nello stesso anno, il Comune bandì un concorso di idee per il progetto di riqualificazione del centro storico, a cui parteciparono i più noti architetti del tempo come Belgioioso, Bacicaluppo, Reggiori.
Il 28 giugno 1989 il Consiglio Comunale, intendendo operare un recupero architettonico e urbanistico dell’edificio, nell’ambito della più ampia riqualificazione e valorizzazione dell’intero centro storico cittadino, approvò il progetto definitivo del nuovo Palazzo Municipale e il bando di gara per l’assegnazione dei lavori del primo lotto. Il cantiere fu aperto nella primavera del 1990.
Il 6 luglio del 1996, alla presenza del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, vennero inaugurate le prime parti restaurate (primo e secondo lotto, costituenti il corpo laterale destro e parte del corpo centrale), dove si trasferirono la maggior parte degli uffici comunali, la sala Giunta e l’ufficio del Sindaco.
Negli anni successivi proseguirono i lavori di restauro del terzo (corpo centrale e serliana) e quarto lotto (corpo laterale sinistro), che si conclusero nel 2004 con una solenne inaugurazione pubblica.
Intanto, il 24 giugno del 2001 era avvenuta l’inaugurazione del nuovo monumento ai caduti, ristrutturato e traslato all’ingresso del parco V Alpini, posteriore all’edificio.
Nel corso del 2004 venne completato definitivamente il progetto, con la sistemazione delle due piazze civiche, antistante e posteriore all’edificio, per le quali nel 2003 era stato promosso un concorso d’idee vinto dallo studio Arch.Rizzo, Tata e Bulli di Roma.
La struttura architettonica del palazzo
Il palazzo De Capitani era certo la costruzione signorile di Concorezzo caratterizzata da maggiore solennità strutturale, storicamente collegata con le sue vicende feudali.
Dai sopralluoghi e dai rilievi fotografici del complesso effettuati nel Novecento quando esso era ancora integro, se ne può sommariamente ricostruire l’aspetto originale.
Attraverso una bella cancellata, raccordante i corpi minori sulla strada, si accedeva al viale d’ingresso delimitato da quinte murarie, in parte corrispondenti a corpi minori retrostanti, che inquadrava prospetticamente il blocco centrale della villa. Questa era posta sul fondo del cortile rettangolare che si allargava oltre il citato vialetto, occupandone l’intero lato e risvoltando anche in parte sull’ala sinistra.
La villa si sviluppava su tre piani secondo una schema ad U, e sorgeva, secondo carte catastali dell’Archivio di Stato di Milano risalenti al periodo precedente l’unificazione italiana, “su un area di 2 pertiche metriche e 50 cent., composta da una trentina di locali più ripostigli”. Venivano inoltre elencate come parti esterne “1 torchio; 1 granaio sopra il torchio; 1 tinaja; 1 magazzeno; 2 granai e portico; lavanderia e 2 portici in 8 campi”.
Il loggiato mediano, a tre luci come negli altri numerosi esempi del genere, presentava una netta discontinuità rispetto alle sobrie facciate laterali, ottenuta inserendo una grandiosa serliana, avente altezza pari a due interi piani, che determinava un collegamento prospettico diretto con il retrostante giardino, probabilmente a disegno geometrico; ai lati le due aperture minori avevano balaustre con colonnine in marmo; le arcate che diminuiscono la luce delle aperture furono probabilmente dovute ad un intervento ottocentesco, che modificò in molti punti l’originale aspetto dell’edificio.
A destra della serliana centrale, annunciato anche dalla presenza di finte finestre al primo piano, era il grande salone d’onore, con volta a padiglione lunettata; uno scalone principale a due rampe, sobrio e severo, era situato nell’ala sinistra, con volte a velette nei pianerottoli.
Le muratura portanti, sia perimetrali sia interne, erano costituite da una serie di elementi continui ad anello in mattoni pieni, intercalati a fasce di ciottoloni di fiume, impastati con malta piuttosto magra.
I locali del piano superiore erano coperti da modesti cassettoni di legno con tracce di decorazioni ottocentesche.
I solai erano costruiti a perfetta regola d’arte, a giudicare dalla rigidezza e dalla mancanza di cedimenti o deformazioni significative nei pavimenti.
Dinanzi all’ingresso principale del palazzo erano collocate nel Settecento delle catene che indicavano un privilegio del feudatario. Tali catene si reggevano su colonnine tolte e spezzate dopo l’acquisto del palazzo da parte del Comune.